THE OCEAN INSIDE - Review by Ondarock PDF Print E-mail

The Ocean Inside - Max Corbacho

Se c'è un musicista, nella scena odierna, che ha saputo donare nuovo vigore alle forme più tradizionali e quiete dell'ambient music, questo è sicuramente il catalano Max Corbacho. Nato e cresciuto a Barcellona, è forse il più talentuoso fra gli esponenti della generazione post-californiana, che prende dall'opera di gente come Steve Roach, Michael Stearns, Kevin Braheny e Thom Brennan le sue coordinate basiche.

The Ocean Inside” è il nono lavoro da solista per il compositore – alla cui opera vanno aggiunti due lavori in collaborazione con l'amico Bruno Sanfilippo – noncé, per la prima volta, di un doppio. Si tratta probabilmente del vertice espressivo di una carriera rappresentabile oggi come una parabola ascendente, che sembrava aver già raggiunto un apice insormontabile con “Ars Lucis” del 2009, uno dei dischi ambient più belli del decennio trascorso. Se allora lo sfondo era quello di una chiesa colorata e maestosa, in un incontro fra l'arcano e il rituale, oggi lo scenario è fra i più classici del genere: l'oceano, esplorato musicalmente nelle sue profondità.

È quindi forse il più remoto e affascinante universo della natura a finire nel mirino di Corbacho, che imbastisce la più “terrena” fra le traversate ambientali. Il blu della copertina riflette l'umore di un disco compassato nello stile ma variopinto nei cambi d'umore, che gioca con una quantità impressionante di impercettibili sfumature. Mai nessuno era riuscito prima a trasporre in musica l'ambiente acquatico in maniera tanto accurata senza avvalersi del minimo campionamento: Corbacho ne riproduce ogni minimo dettaglio, e abbina a questi un inedito macroinsieme di percezioni provenienti dall'esperienza sensibile ed emotiva.

Si può così passare dalle correnti calde di “The Endless Flame” al cuore malinconico di “Nest Of Tempests”, senza tralasciare l'incontro con la luce di “Surface Of Thoughts”, lo sguardo vivido di “Web Of Eyes” e i riverberi malinconici di “Tidal Memory”. Nel complesso, tutto il primo disco è da intendersi come cronaca della discesa nell'abisso, conclusa nell'enigmatico abbraccio di “Towards The Bottomless Sea”, mezz'ora attraverso un mare senza fondo. Nel secondo disco è idealmente rappresentata la risalita, in un processo inverso al precedente: “Shoreless Ocean” e la sua breve introduzione “Dive In” riprendono una forma misteriosa di stasi apparente, riproducendo con fedeltà e un incredibile forza espressiva un'immersione totale. L'equilibrio fra silenzio e note di synth si abbraccia al costante fluire dello sfondo, che riprende vita negli spruzzi funambolici del quarto d'ora di “Awaken Inside”. In “Deep Blue Home” la malinconia torna d'attualità, sotto forma di note sospese su aperture oniriche, fino al ritorno sulla terra di “Islandless Expanse”. In chiusura, “Deeper Into The Ocean” funge quasi da riassunto, riprendendo a turno i colori degli altri brani e mescolandoli in un mix da imprimere nella memoria.

Max Corbacho si conferma il più abile fra gli eredi dei corrieri californiani, nonché l'attuale miglior nome della scena più tradizionale dell'ambient music. La sua è una musica incentrata sul sentimento, che non si limita a descrivere e dipingere un ambiente, ma arriva a riprodurre le sensazioni e le percezioni provate a contatto con lo stesso. Un oceano che si può sì contemplare, ma nel quale, finalmente, ci si può anche immergere, per esplorarlo o lasciarsi trasportare. Un oceano, infine, nel quale speriamo di poter rimanere immersi il più a lungo possibile.

(21/01/2013)


 

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